Carta delle Nazioni Unite e autodeterminazione: cosa dice davvero

Dipinto del 1648: i plenipotenziari riuniti attorno a un tavolo nel municipio di Münster, con la mano destra alzata, giurano la ratifica del trattato di pace.

La Carta delle Nazioni Unite nomina l'autodeterminazione dei popoli già nel suo primo articolo, e questo basta a farne uno dei testi più citati, e più fraintesi, di tutto il dibattito sull'autogoverno. Di solito la discussione si ferma a una frase estratta dal contesto, brandita come prova definitiva a favore o contro. La realtà è più interessante e, alla fine, più utile: il documento del 1945 dice cose precise, le dice in punti diversi e con pesi diversi, e lascia volutamente aperte alcune questioni che il diritto internazionale ha poi provato a chiarire nei decenni successivi. Vale la pena leggerlo per quello che è.

Un trattato nato dalla guerra

La Carta fu firmata a San Francisco il 26 giugno 1945, quando la Seconda guerra mondiale non era ancora conclusa del tutto, ed entrò in vigore il 24 ottobre dello stesso anno. Non è una costituzione mondiale, anche se a volte viene descritta così. È un trattato internazionale, cioè un accordo fra Stati, che allo stesso tempo istituisce un'organizzazione e ne fissa le regole di funzionamento.

Questo doppio carattere spiega molte cose. Il preambolo si apre con parole solenni, "Noi, popoli delle Nazioni Unite", ma a firmare furono governi, e i governi difendono anche se stessi. Tenere a mente questa tensione è il modo migliore per leggere il testo senza illusioni e senza pregiudizi: la Carta parla dei popoli, ma è stata scritta dagli Stati.

Dove compare l'autodeterminazione

L'espressione ricorre in quattro punti del testo, e non sono affatto equivalenti.

  • Articolo 1, paragrafo 2. Fra i fini dell'Organizzazione c'è quello di sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni fondate sul rispetto del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli. È la formulazione più nota, e sta fra gli scopi fondamentali, accanto al mantenimento della pace.
  • Articolo 55. La stessa formula torna in apertura del capitolo dedicato alla cooperazione economica e sociale internazionale, come premessa di quelle condizioni di stabilità e benessere che rendono possibili rapporti pacifici fra le nazioni.
  • Capitolo XI, articolo 73. Qui si parla dei territori non autonomi: gli Stati che li amministrano riconoscono che gli interessi degli abitanti vengono prima di tutto e si impegnano a svilupparne il governo autonomo, tenendo conto delle loro aspirazioni politiche.
  • Capitolo XII, articolo 76. Nel sistema di amministrazione fiduciaria compare l'obiettivo del progressivo sviluppo delle popolazioni verso l'autogoverno o l'indipendenza.

La differenza conta. Nei primi due casi l'autodeterminazione è enunciata come principio generale, che orienta l'attività dell'Organizzazione nel suo insieme. Negli altri due diventa un impegno concreto, ma riferito a categorie di territori ben delimitate: quelli usciti dal colonialismo e quelli ereditati dai mandati della Società delle Nazioni. Nelle traduzioni italiane più datate l'espressione compare a volte resa come "autodecisione dei popoli": è la stessa cosa.

Principio o diritto? Una differenza che pesa

La Carta parla di principio, non di diritto. Nel 1945 l'autodeterminazione è un criterio che deve ispirare i rapporti tra le nazioni, non una posizione giuridica che un popolo possa far valere davanti a un'autorità. La scelta delle parole fu deliberata, e i giuristi ci hanno discusso sopra per decenni.

Il passaggio da principio a diritto arriva più tardi, nel 1966, con i due Patti internazionali: quello sui diritti civili e politici e quello sui diritti economici, sociali e culturali. Entrambi si aprono con lo stesso articolo 1, che riconosce a tutti i popoli il diritto di autodeterminazione e, in virtù di esso, la libertà di stabilire il proprio statuto politico e di perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale. I Patti sono entrati in vigore a metà degli anni Settanta e sono stati ratificati anche dall'Italia. Se vuoi vedere questo passaggio più da vicino, lo raccontiamo parlando di che cos'è il diritto all'autodeterminazione dei popoli.

I contrappesi stanno nello stesso documento

Chi cita l'articolo 1 e si ferma lì racconta metà della storia. Poche righe dopo, la Carta fissa i principi che ne limitano l'applicazione.

  • L'articolo 2, paragrafo 1 fonda l'Organizzazione sull'eguaglianza sovrana di tutti i suoi membri.
  • L'articolo 2, paragrafo 4 vieta la minaccia e l'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato.
  • L'articolo 2, paragrafo 7 esclude che le Nazioni Unite intervengano in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato.

Ne esce un equilibrio instabile ma voluto: da una parte i popoli, dall'altra gli Stati già esistenti. Il diritto internazionale non ha mai sciolto del tutto questo nodo, e proprio per questo ha imparato a distinguere fra l'autodeterminazione che si esercita dentro uno Stato e quella che porta a separarsene. È una distinzione decisiva, che abbiamo spiegato con calma parlando di autodeterminazione interna ed esterna.

Che cosa è successo dopo il 1945

Il principio ha preso forma soprattutto attraverso l'Assemblea generale, negli anni della decolonizzazione. Tre documenti vengono ricordati più degli altri.

  • La risoluzione 1514 del 1960, nota come Dichiarazione sulla concessione dell'indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali, afferma che sottoporre un popolo a dominio straniero è contrario alla Carta.
  • La risoluzione 1541, dello stesso anno, indica tre esiti possibili di un percorso di autodeterminazione: la nascita di uno Stato sovrano indipendente, la libera associazione con uno Stato indipendente, l'integrazione in uno Stato indipendente. La condizione è che la scelta sia libera e consapevole.
  • La risoluzione 2625 del 1970, dedicata ai principi delle relazioni amichevoli, ribadisce l'autodeterminazione e insieme tutela l'integrità territoriale degli Stati che si comportano in conformità a quel principio e che hanno un governo capace di rappresentare l'intero popolo del territorio, senza distinzioni. Molti hanno letto questa clausola come una condizione: la protezione dei confini non è incondizionata.

Serve però una precisazione onesta. Le risoluzioni dell'Assemblea generale non hanno la forza vincolante di un trattato e non creano obblighi diretti. Pesano come interpretazione condivisa, soprattutto quando vengono adottate con largo consenso e richiamate a lungo nel tempo. Chi le cita come se fossero legge esagera; chi le liquida come carta straccia sbaglia altrettanto.

Cosa dice davvero, e cosa non dice

  • Dice che l'autodeterminazione dei popoli è uno dei principi su cui poggia l'ordine internazionale, non un'aspirazione morale generica.
  • Dice che i popoli hanno titolo a un governo che li rappresenti e a scegliere il proprio assetto politico.
  • Non dice chi sia esattamente un popolo: la Carta non ne offre una definizione, e questa resta la questione più controversa di tutte.
  • Non dice che esista un diritto automatico a separarsi da uno Stato esistente, né descrive una procedura per farlo.
  • Non dice nemmeno il contrario: non congela le frontiere per sempre, e la pratica internazionale mostra che gli Stati nascono, si uniscono e si dissolvono.

C'è poi un punto che viene confuso spesso. La Carta non stabilisce quando un'entità è uno Stato: all'articolo 4 si limita a dire che l'ammissione alle Nazioni Unite è aperta agli Stati amanti della pace, con una procedura che coinvolge il Consiglio di sicurezza e l'Assemblea generale. I criteri per riconoscere l'esistenza di uno Stato stanno altrove, e in particolare in un trattato del 1933 che abbiamo riassunto parlando della Convenzione di Montevideo e dei criteri dello Stato.

La Carta delle Nazioni Unite non è un talismano da esibire né un ostacolo insormontabile. È un testo di compromesso, scritto in un momento drammatico, che ha aperto una porta e insieme ha piantato dei paletti. Chi vuole discutere di autogoverno con serietà fa bene a conoscerne le righe scomode quanto quelle favorevoli, perché solo così si evita di essere smentiti alla prima obiezione. Per continuare, due letture utili: diritti dei popoli e diritto internazionale, che inquadra il tema nel quadro più ampio delle fonti, e autonomia, indipendenza e autodeterminazione, che mette ordine fra parole usate troppo spesso come sinonimi.

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